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Allergia alla frutta a guscio e ai semi

combattere l'allergia alla frutta a guscio

La frutta a guscio, definita oleosa nelle classificazioni bromatologiche, ma più comunemente conosciuta come frutta secca, comprende numerose varietà tra cui noci, noci brasiliane, nocciole, mandorle, pinoli e pistacchi. Pur avendo in comune la potenzialità di provocare sensibilizzazione più di altri alimenti e di scatenare reazioni allergiche anche importanti, le famiglie botaniche di provenienza della frutta a guscio e di alcuni semi oleosi sono diverse: le noci sono i frutti di una pianta d’alto fusto appartenente alle Iunglandacee; le nocciole sono prodotte da un arbusto delle Betulacee; le mandorle sono i frutti di una pianta apparentenente alle Rosacee; anacardi e pistacchi sono frutti di piante diffuse soprattutto nelle regioni calde del pianeta e appartenenti alle Anacardiacee.

Sono stati isolati e studiati gli allergeni della nocciola, della noce e della noce brasiliana, prodotti spesso utilizzati in numerosi piatti dolci o salati della cucina nazionale e internazionale. In alcuni casi, l’allergia alle noci colpisce soggetti già sensibili alle arachidi. Il pinolo, usato come ingrediente in dolci, salse regionali (pesto alla genovese) e in piatti agrodolci o a base di selvaggina, si è reso responsabile di alcuni episodi di reazione allergica in soggetti sensibili al polline del pino, pianta appartenente alla famiglia delle Pinacee.

Trattamento dietetico

Come in tutte le allergie alimentari, l’agente responsabile deve essere escluso dall’alimentazione dei soggetti sensibili. Questi frutti compaiono in numerose preparazioni alimentari, anche se spesso in quantità così piccole da non dover essere dichiarate in etichetta; l’aumentata incidenza di reazioni allergiche specifiche richiede tuttavia, da parte dei soggetti sensibili un’attenta lettura delle etichette e una scrupolosa indagine sugli ingredienti utilizzati nei ristoranti.

L’assunzione degli allergeni, quasi sempre involontaria, può infatti scatenare reazioni spesso particolarmente violente e pericolose. Sotto l’aspetto della composizione nutrizionale, questi alimenti sono tutti particolarmente ricchi di grassi, soprattutto insaturi, oltre che di proteine, fibra alimentare, oligoelementi.

Poichè non rappresentano alimenti cardine dell’alimentazione e il loro consumo è, di solito, piuttosto sporadico, l’esclusione di questa classe di alimenti non comporta alcun rischio di carenze nutrizionali. La frequenza di cross-reattività tra noci, arachidi, nocciole e mandorle è stata stimata intorno al 37%.

numerosi prodotti dell’industria alimentare possono contenere frutta secca o semi oleosi in quantità variabile:

  • mandorle: amaretti, aperitivi, confetti, latte di mandorle, marzapane, orzata, panforte, piatti della cucina orientale, torrone;
  • nocciole: dolci, cioccolato, creme al cioccolato spalmabili, muesli;
  • noci: burro di noci, dolci, insalate o macedonie con gherigli di noce, pani speciali (alle noci, speziati, ecc), salse;
  • noci brasiliane: biscotti, dolci, condimenti per piatti salati, alcuni alimenti preconfezionati possono contenerne minime quantità, non indicate poichè inferiori al limite da riportare per legge in etichetta;
  • sesamo: gomasio, pane al sesamo, dolci e torroni contenenti semi di sesamo, olio di sesamo, tahin, condimenti per riso, pasta, verdure.

A cosa serve l’esame delle feci?

gli esami delle feci

L’esame delle feci implica:

1) un esame esteriore,

2) un esame del contenuto delle materie,

3) un esame chimico,

4) una ricerca dei parassiti,

5) un esame batteriologico.

L’esame esteriore

Per poter praticare questo esame, occorre disporre di almeno 200 grammi di materie fecali: ma è preferibile portare in laboratorio le feci di 24 ore, perchè i diversi elementi possono essere inegualmente ripartiti, e, se il laboratorio possiede la totalità, può prelevare diversi campioni e fare la media. I laboratori danno, all’uopo, recipienti speciali, destinati al trasporto delle materie fecali, che, essendo soggette ad una rapida decomposizione, devono essere portate in laboratorio il più presto possibile, evitando, in modo particolare, di mescolarle con l’urina, perché i dosaggi, particolarmente quelli dell’ammoniaca, potrebbero risultare falsi.
Nell’esame esteriore delle feci, si deve tenere conto prima del volume, poi della consistenza. Questa è determinata dal contenuto di acqua, che si misura disseccando le feci e pesandole prima e dopo il disseccamento. Se sono normali, contengono il 78% di acqua; se di stitichezza, il 75%, se sono diarroiche, il 90%. La loro forma può avvertire su alcune modificazioni della parte terminale del tubo digerente, come tumori, emorroidi, ecc. Anche il colore ha la sua importanza. Normali sono di colore giallo brunastro, derivante dalla bilirubina del fegato, trasformata, nel cieco, in stercobilina (che diventa bruna al contatto dell’aria).

Quando sono decolorate bisogna sospettare una insufficienza biliare. Quando sono nerastre, si può supporre la presenza di sangue (melena); la diagnosi di melena, dunque, può essere posta su una ricerca di sangue nelle feci dopo tre giorni di regime senza carne. L’acidità si determina con il colorimetro. Ricordando che le materie fecali devono essere, chimicamente, neutre (e la neutralità si esprime con la cifra più, cioè potenziale idrogeno, tra le cifre pH 6,8 e pH 7,4 si può considerare una acidità delle feci normale. Il suo aumento o la sua diminuzione è sintomo di turbe digestive e può provocare un’irritazione dell’intestino. Il sangue non è sempre cosí abbondante da poter essere scoperto a prima vista, e, tuttavia, la sua presenza o la sua assenza è un segno estremamente importante, che permette, per esempio, di diagnosticare un tumore maligno dell’apparato digerente.

È, dunque, indispensabile servirsi di tutte le reazioni piú sensibili che possano rilevare anche le tracce piú insignificanti di sangue: ciò che si può fare soltanto in laboratorio. L’albumina che si può trovare nelle feci non proviene da albumine, ma dalla parete stessa del tubo digerente e la sua presenza denuncia che la mucosa è lesa in qualche punto. Per metterla in evidenza, la si coagula, per esempio, con acido acetico e la sua quantità permette di misurare la gravità delle lesioni. La stercobilina è una trasformazione della bilirubina, pigmento secreto dal fegato. Quando la digestione avviene troppo in fretta, si trova nelle feci bilirubina non trasformata; al contrario, quando l’evacuazione finale è troppo lenta, si trova stercobilina in quantità maggiore del normale.

L’eccesso di materie grasse nelle feci (steatorrea) è prova di una cattiva digestione o di un cattivo assorbimento per insufficienza biliare o pancreatica, per cui bisogna precisare quale meccanismo sia in causa. Normalmente, i grassi dovrebbero essere trasformati o assimilati nella proporzione del 95%. È molto importante, perciò, dosare i grassi non assimilati, per stabilire il grado di insufficienza. In generale, un’assimilazione al di sotto del 900/o è sintomo di insufficienza biliare; al di sotto dell’80%, anche di insufficienza pancreatica. La ricerca di residui di grasso nelle feci si pratica con l’esame microscopico, ma il risultato ottenuto è solamente di ordine qualitativo, perciò insufficiente, per quanto prezioso. L’insufficienza di secrezione pancreatica è causa di una insufficiente o del tutto mancante digestione delle fibre muscolari della carne ingerita: conseguentemente, la presenza nelle feci di fibre muscolari non attaccate rivela l’origine pancreatica dei disturbi.

La presenza abbondante di cellulosa, di amido non digerito e di bilirubina, significa che il transito intestinale è troppo accelerato perché possano svolgersi regolarmente le diverse tappe della digestione. La presenza di ammoniaca, risultato della putrefazione delle sostanze azotate, è normale: da 2 a 3 cmc per 100 g. È anche normale la presenza di acidi organici, opera della fermentazione degli idrati di carbonio. Le variazioni del tasso normale corrispondono a variazioni di queste due trasformazioni chimiche. Nella colibacillosi, bisogna cercare, nelle feci, e dosare l’indolo, prodotto di putrefazione elaborato dal colibacillo.

La ricerca dei parassiti

Importantissima è, anche, nelle feci, la ricerca dei parassiti, quando l’esame medico ne abbia fatto supporre la presenza. Infatti, i parassiti intestinali sono, spesso, evacuati con le feci, interi o in parte: e qualche volta, perfino, si possono trovare nelle feci cisti o uova di parassiti che non vengono espulsi. Il verme solitario, per esempio, non abbandona mai l’intestino, ma suoi frammenti, detti «anelli», sono molto spesso evacuati dal malato, e sono, d’altronde, talmente fini da essere visti anche ad occhio nudo. Cosí accade per gli ascaridi e per gli ossiuri: è facile trovare nelle feci gli ossiuri in grande quantità, talvolta anche una massa glossa come un pugno.

Si pratica, anche, la ricerca delle amebe, che fino a qualche tempo fa non si riscontravano che nei coloniali, ma che hanno finito per acclimarsi anche nelle nostre regioni e sono, cosí, all’origine di numerose dissenterie, che possono essere provocate, anche, dalle tricomonadi e dalle lamblie (o giardie) dei Flagellati. Questa ricerca è importantissima, perché ognuno di questi parassiti esige un trattamento speciale, che bisogna praticare il piú presto possibile, per liberare l’intestino da tali pericolosi ospiti. Ed è una ricerca resa difficile dal fatto che questi parassiti non vengono evacuati in modo regolare e continuo, per cui un esame risultato negativo non è la prova che non vi siano amebe o lamblie. Bisogna, perciò, praticare molti esami successivi, stimolando l’evacuazione con la somministrazione di un purgante salino. Le cisti o le uova di parassiti si possono anche cercare concentrando il frammento di materie che si vuole esaminare, in modo da ammassare le uova e trovarle piú facilmente.

L’esame microbiologico

Nelle feci, i microbi abbondano. Essi rappresentano, secondo Dienis, il 7% in peso delle materie fresche e un terzo delle materie disseccate. Tuttavia, su questa quantità, soltanto il 5% è ancora vivo, perché il resto è andato distrutto nel corso delle diverse fasi della digestione. Alcuni microbi, ritrovati nelle feci, sono ospiti abituali dell’intestino, come il colibacillo, lo streptococco, l’enterococco, e non sono dannosi (anzi, molti sono utili: alcuni elaborano sostanze essenziali come la vitamina K, necessaria alla coagulazione del sangue; altri, diversi componenti della vitamina A, se non quando proliferano oltre il normale o diventano abnormemente virulenti. Essi vengono identificati con metodi di colorazione, secondo i quali ogni specie di microbi si colora diversamente dalle altre.

Ma si possono trovare nelle feci anche microbi che non dovrebbero esserci, come, per esempio, i bacilli di Koch. I tubercolotici polmonari, anche quando non emettono i bacilli con lo sputo, possono evacuarli attraverso l’intestino, per cui bisogna stare attenti anche a questa possibilità ed osservare una rigorosa igiene anche da questo punto di vista. Per trovare questi bacilli nelle feci, si pratica un’inseminazione su un mezzo speciale e si inocula il germe ad un porcellino d’India. Le feci possono anche contenere bacilli tifici, paratifici, dissenterici, ecc. Questi bacilli sono di difficile reperibilità: occorre servirsi di mezzi «selettivi», capaci, cioè, di determinare lo sviluppo di microbi dannosi per altri. Qualche volta, si può farne una concentrazione, con lo scopo di aumentare la loro quantità e facilitarne, cosí, l’esame. In seguito, ulteriori esami, speciali e delicatissimi, permettono di riconoscerne le varie specie. Altri microbi, ancora, si possono cercare nelle feci, de-nuncianti un’infiammazione del colon, e che permettono, cosí, di fare la diagnosi di coliti.

La cinesiterapia attiva

cinesiterapia

La cinesiterapia attiva comprende tutti gli esercizi terapeutici eseguiti utilizzando contrazioni muscolari del paziente. E’ quindi una materia molto vasta, fatta di limiti dati solo dalle finalità perseguite. Queste sono essenzialmente: migliorare la forza del muscolo, migliorare la capacità di lavoro muscolare e quindi la resistenza allo sforzo, migliorare la coordinazione dei movimenti.

Per raggiungere i tre scopi si devono seguire tre diverse tecniche:

– per aumentare la forza muscolare opporre alla contrazione muscolare la massima resistenza, in quanto il muscolo costretto a. lavorare in condizione di particolare impegno si ipertrofizza.

– per migliorare la capacità di lavoro si applicheranno carichi medi con numerose contrazioni, cosí da sfruttare l’azione di pompaggio sui vasi sanguigni secondaria alla contrazione muscolare ed accelerare lo smaltimento dei cataboliti.

– per migliorare la coordinazione dei movimenti si ricorre a carichi minimi ed a numerosissime ripetizioni, onde affinare i meccanismi di controllo nervoso dei movimenti. Altro ed importante effetto della cinesiterapia attiva è quello psichico. L’esercizio attivo migliora la sensazione di benessere, mentre il recupero anche se solo parziale, di una funzione motoria già gravemente compromessa, libera il paziente da angoscia. La classificazione delle diverse metodiche di cinesitera-pia attiva permette di distinguere tre grandi categorie di esercizi: liberi, assistiti, contro resistenza.

Esercizi liberi

Gli esercizi liberi, cosí definiti in quanto possono essere effettuati dal paziente preventivamente edotto senza alcun controllo, a seconda delle parti corporee impegnate sono distinti in generali e localizzati o segmentari. La mobilizzazione attiva si ottiene vincendo le resistenze opposte dagli attriti interni ed esterni e dalla gravità. È la tecnica piú frequentemente seguita in ginnastica, tanto che si parla di esercizio a corpo libero.

Esercizi assistiti

L’esercizio assistito è cosi definito in quanto duran l’attuazione presuppone assistenza da parte di persona specializzato. È indicato per correggere debolezze di gruppi muscolari instauratesi in seguito a condizioni morbose .

In questi casi è necessario eliminare e ridurre le resistenze esterne, ricorrendo a piani di appoggio levigati cosparsi di talco, oppure a sospensione in fasce o teli o altri artifici. Si otterrà inizialmente un minimo movimento che con l’allenamento sarà poi migliorato sino a raggiungere una funzionalità sufficiente. Una riduzione sensibile della resistenza dovuta alla gravità si ha in mezzo idrico.

Esercizi contro la resistenza

E’ la tecnica seguita dovendo intervenire su gruppi muscolari che non risultano impegnati al massimo se è in gioco soltanto la resistenza opposta dagli attriti interni e falla gravità e in cui pertanto è necessario esercitare una ‘esistenza supplementare. Questa può essere data sia dalla nano del terapista che esplica una forza sullo stesso piano, na in senso opposto a quello di trazione del muscolo, sia fallo stesso paziente che contrasta il movimento opponendovi l’arto sano o contraendo contemporaneamente muscoli antagonisti; infine anche col ricorso a pesi e a molle, appositamente studiati. Indipendentemente dal metodo scelto, i risultati positivi negli esercizi contro la resistenza sono condizionati all’osservanza di alcune norme generali, precisamente:

  1. porre in rilasciamento completo i muscoli non interessati.
  2. Fissare con fasce o sacchetti di sabbia le articolazioni viciniori a quella interessata, onde evitare movimenti indesiderati, capaci di compromettere il ripristino dell’articolazione lesa o dare un apparente risultato positivo (esempio: pronosupinazione dell’avambraccio in realtà dovuta a rotazione dell’arto sulla spalla).
  3. Nelle rigidità conseguenti a lunga immobilizzazione apparecchio gessato avere ben presenti le condizioni dell’apparato muscolare e capsulolegamentoso e non dimenticare che in questi casi la retrazione di un gruppo muscolare si accompagna a iperdistensione ed allungamento dei muscoli antagonisti, per cui va scelta la metodologia idonea ad equilibrare ad un tempo agonisti ed antagosti. Ogni esercizio deve richiedere il massimo dell’impegno muscolare possibile, anche se ciò comporta una piú acoce comparsa della reazione antalgica.
  4. Fatica e dolore sono i limiti che impongono l’interruzione della seduta. Non è possibile fissare preventivamente il numero le sedute fisioterapiche, in quanto il raggiungimento risultati è legato a diversi fattori variabili da caso a caso.

    Indicazioni

    La cinesiterapia passiva ed in particolare l’attiva, trovano indicazione in tutte le condizioni morbose in cui risultano compromesse motilità ai titolare, forza muscolare e controllo nervoso dei movimenti. Trovano quindi applicazione soprattutto per correggere postumi di lesioni scheletriche (fratture, distorsioni, osteoartriti), che hanno compromesso il trofismo muscolare con notevole riduzione della forza contrattile, oppure alterato la meccanica articolare per perdita di elasticità e retrazione dei tessuti periarticolari.

Fototerapia: di cosa si tratta?

Che cos'è la fototerapia

La fototerapia è la branca della fisioterapia che sfrutta le proprietà terapeutiche delle radiazioni luminose visibili ed invisibili. Si ricorda che alla base del fenomeno luminoso stanno vibrazioni elettromagnetiche. Le erogazioni luminose percettibili dall’occhio umano hanno una lunghezza d’onda compresa tra i 4000 ed i 7600 angstrom; le bande luminose non percettibili al disopra ed al disotto di tali limiti sono le infrarosse e le ultraviolette. Gli effetti terapeutici delle radiazioni luminose erano già noti nell’antichità e goduti con lo sfruttamento dell’unica sorgente luminosa conosciuta, il sole. Questa pratica di fototerapia naturale è detta elioterapia.

Scorprire l’elioterapia

Merito degli scienziati svizzeri Rollier e Bernard avere precisato agli albori del nostro secolo le basi scientifiche della elioterapia, o fototerapia naturale, ed avere fondato i primi istituti elioterapici. L’azione biologica delle radiazioni luminose solari è legata al loro potere di penetrazione ed all’attività termogenica. Si è stabilito che la cute umana è relativamente trasparente alle radiazioni con lunghezza d’onda compresa tra i 5000 ed i 12.000 angstrom con massimo di trasparenza fra i 7000 ed i 9000 angstrom. I raggi luminosi raggiungono profondità variabili da uno a dieci millimetri e attraversando tale spessore sono gradualmente assorbiti. L’effetto immediato dell’assorbimento è produzione di calore, che in parte viene dissipato all’esterno ed in parte trasmesso per conduzione in profondità. Si ha cosí un aumento della temperatura corporea a dare iperemia, aumento del metabolismo e degli scambi cellulari. In un soggetto sano l’elioterapia ha azione eutrofica generale, estrinsecantesi con aumento dell’appetito e sensazione di benessere. Un effetto terapeutico si esplica in caso di affezione dell’apparato osteoarticolare, osteoartriti, decalcificazioni, ri-tardo di consolidazione di fratture, ecc. L’elioterapia va praticata con criteri di progressione, on-de evitare effetti dannosi dovuti ad esagerata azione termi-ca (colpo di sole, colpo di calore, eritemi ed ustioni alla cute). Uno schema prudenziale suggerisce di limitare l’esposizione al sole nel primo giorno a 5 minuti primi, ed aumentare poi progressivamente sino ad un massimo di 20-25 minuti. È bene proteggere il capo con un’ampio cappello. Le ore piú indicate per la elioterapia sono quelle com-prese tra le 9 e le 12 e le 15 e le 17.

La fototerapia artificiale

La fototerapia artificiale impiega radiazioni luminose ottenute artificialmente e presenta i vantaggi di essere attuabile sia in ambiente chiuso per pazienti che non possono lasciare il letto, sia anche nei mesi invernali quando le condizioni ambientali non permettono l’elioterapia.

Il bagno di luce

Il metodo piú semplice di fototerapia artificiale è il bagno di luce o bagno di Kellog. La sorgente luminosa è qui data da una serie di lampadine elettriche ad incandescenza. Le lampadine sono poste in una cassa prismatica, rivestita di specchi onde ottenere una maggiore riflessione della luce.

La cassa è costruita in maniera da adattarsi a tutto il corpo lasciando libera la sola testa (bagno di luce generale) oppure un modo di adattarsi ad un grande segmento del corpo (spalla, tronco) o di permettere l’introduzione di un arto (bagno di luce parziale). Si eseguono sedute della durata di 15-20 minuti in cicli di dieci. Il bagno di luce generale provoca una intensa sudorazione ed è pertanto indicato in tutte le condizioni morbose che richiedono l’eliminazione dei prodotti tossici esogeni ed endogeni accumulatisi nell’organismo; è controindicato nelle affezioni cardiocircolatorie. Il bagno di luce parziale è molto piú praticato e trova indicazione nel trattamento dei postumi di lesioni traumatiche, del reumatismo muscolare ed articolare cronico.
Le radiazioni infrarosse e quelle ultraviolette Altri metodi di fototerapia artificiale sono quelli basati sull’impiego di radiazioni infrarosse e di radiazioni ultraviolette.

Radiazioni infrarosse – Hanno lunghezza d’onda compresa tra 7600 e 150.000 angstrom; nella pratica clinica sono impiegate quelle con lunghezza di circa 40.000 angstrom.

La sorgente di emissione degli infrarossi è ‘generalmente costituita da lampada a filamento di carbone e di tungsteno. Il principale effetto degli infrarossi è dato da azione termica legata all’assorbimento delle radiazioni. Localmente questa azione si traduce in vasodilatazione con eritema cutaneo di breve durata; gli effetti generali sono invece dati da diminuzione della pressione, aumento della temperatura corporea, iperventilazione polmonare, aumento della diuresi. Le sedute hanno durata variabile da 10 a 30 minuti con lampada erogatrice collocata a 50-60 cm dal paziente. La fototerapia con infrarossi è indicata nel trattamento delle lesioni traumatiche subacute, dell’artrosi e delle arteropatie periferiche (tromboangioite obliterante, morbo di Raynaud).

Radiazioni ultraviolette – Lo spettro dei raggi ultravioletti si estende da 4000 a 1800 angstrom ed è distinto in due frazioni: quelle ad onda corta (fra 2900.e 4000 angstrom) e quella ad onda ultracorta (fra 2900 e 1800 angstrom). L’azione biologica degli ultravioletti è diversa in rapporto alla loro lunghezza d’onda: le radiazioni con lunghezza superiore a 2900 angstrom hanno azione stimolante, quelle con lunghezza d’onda inferiore a 2900 angstrom azione deprimente. Sugli organismi monocellulari le radiazioni  sono comprese tra i 2400 ed i 2600 angstrom esplicano azione letale; di qui lo sfruttamento nella terapia della tubercolosi cosiddetta chirurgica e per la sterilizzazione degli ambienti sia chirurgici sia dell’industria farmaceutica.

L’igiene dentale

Igiene orale

 

L’igiene orale è fondamentale per la salute dei denti e della bocca ed è per questo che un’educazione all’igiene orale si rivela indispensabile sin dai primissimi mesi di vita del bambino. In generale, è indispensabile recarsi dallo specialista almeno due volte l’anno, ciò servirà ad evitare future cattive sorprese, dolori, rischi di perdere i denti, ecc. Scrivete sulla vostra rubrica, in primavera e autunno ad esempio: «Prendere appuntamento col dentista».

Il filo di seta

Non usare gli stuzzicadenti, particolarmente dannosi quelli di legno perché talvolta possono spezzarsi (l’asportazione del pezzo incastrato è spesso complessa) e sempre feriscono le papille interdentali: meglio usare un filo di seta del tipo che saprà consigliarvi il vostro dentista e troverete in farmacia.

L’igiene dentale

Al bambino deve essere presentata come un gioco e bisogna aver pazienza e procedere per tappe. Il piú presto possibile bisogna rendergli familiare lo spazzolino, insegnargli a sciacquarsi la bocca, a massaggiarsi le gengive col dito, poi finalmente la pulizia come premio. In questi ultimi anni però il modo sopra descritto per l’esecuzione di una perfetta igiene orale è andato perdendo gradatamente d’importanza in seguito a studi approfonditi sui danni prodotti dallo spazzolino ed alla dimostrazione della sua insufficienza nella pulizia dei denti. Anche l’uso di spazzolini elettrici non permette la perfetta detersione dei denti.

E’ stato dimostrato infatti che dopo una energica spazzolatura, anche se fatta a regola d’arte, rimangono sempre placche dentali facilmente rilevabili su vaste zone dei denti. Inoltre il traumatismo prodotto dalle setole può essere dannoso alla mucosa gengivale. Sono stati introdotti nell’uso quotidiano, e il vostro medico specialista ben volentieri ve li consiglierà, speciali apparecchi provvisti di un beccuccio dal quale fuoriesce acqua con pressione regolabile e spruzzi intervallati da brevi pause. Spostando il beccuccio in tutte le direzioni, il liquido laverà i denti e penetrerà negli spazi interdentali detergendoli e contemporaneamente massaggiandoli. Si potrà aggiungere una qualsiasi sostanza odorosa per rendere gradevole l’alito, ma non è strettamente necessario. Cinque minuti ogni giorno saranno sufficienti per conservare la dentatura in perfetto stato.

Profilassi della carie mediante il fluoro

Sono a tutti noti i rapporti fra fluoro e carie dentale se non altro per la pubblicità che ne fanno le case produttrici di dentifrici. Il fluoro è, dal punto di vista quantitativo e della diffusione, il 13° elemento presente sulla Terra. Non si trova mai allo stato libero ma solo in composto e soprattutto come fluoruro di calcio o fluorospato. I rapporti fra il fluoro contenuto nell’acqua potabile e la carie possono essere riassunti cosí: con un contenuto di fluoro nell’acqua potabile superiore ad 1,5 milligrammo per litro si manifesta una fluorosi dentaria caratterizzata da macchie o strisce brunastre sui denti che sono piú o meno evidenti a seconda della quantità di fluoro ingerita; un contenuto di fluoro nell’acqua potabile compreso fra 1,0 e 1,2 milligrammi per litro determina una decisa protezione contro la carie dentale. Ripetute osservazioni ed esperienze hanno indotto le autorità sanitarie di molti Paesi ad introdurre fluoro nelle acque potabili che ne erano prive. I primi impianti di fluorizzazione, cioè per l’aggiunta di fluoro nelle acque, risalgono al 1945-46 e furono realizzati in Canada e negli U.S.A. Da allora questa pratica si è diffusa in tutto il mondo ed oggi sono già una trentina i Paesi che usano acque fluorizzate e oltre 100 milioni di persone ne ritraggono benefici. La fluorizzazione (o fluorazione) delle acque potabili è del tutto innocua e serie statistiche parlano di una diminuzione della carie fino al 50% e forse piú.

Le applicazioni locali di fluoro praticate dal dentista sono certamente efficaci sulla riduzione dell’incidenza della carie, ma meno della fluorazione delle acque. I benefici di queste applicazioni sui denti di soluzioni fluorurate (che però vanno ripetute molto spesso con disagi per i pazienti) sono immediati, mentre quelli dovuti alla fluorizzazione delle acque potabili sono a piú lunga scadenza ed i risultati migliori si ottengono quanto piú presto se ne è iniziata l’assunzione, meglio se fin dai primi mesi di vita. Le compresse da masticare contenenti fluoro presenterebbero il vantaggio di unire all’azione locale sui denti anche un’azione per via interna. Furono fatti anche altri tentativi di somministrazione del fluoro (piccole colazioni al fluoro, latte fluorato, sale da cucina fluorato, bevande fluorate ecc.) ma non hanno avuto applicazione pratica perché il dosaggio della giusta quantità di fluoro da aggiungere è troppo difficile e altrettanto grande il pericolo di dosaggi sbagliati, inoltre, anche per la spesa, rivelatasi all’atto pratico, eccessiva.

Dentifrici contenenti fluoro pare che portino ad una certa diminuzione della carie (recenti statistiche parlano del 40%) ma bisogna tener presente che tali dentifrici agiscono soltanto sulle superfici dei denti con le quali vengono a contatto (quindi ad esempio nessuna protezione sulle superfici di contatto fra dente e dente). Concludendo: in attesa che anche in Italia si provveda alla fluorizzazione artificiale delle acque potabili, il sistema migliore per ottenere una difesa preventiva contro la carie è la somministrazione giornaliera di una compressa contenente un milligrammo di fluoro per tutto il tempo che si vuole, anche fino all’età adulta.

Abbiamo tutti l’oro in bocca

Tutti abbiamo l'oro in bocca

Ci fanno soffrire da piccini quando spuntano, nell’età scolare quando dondolano o se dobbiamo rassegnarci a noiosi apparecchi per raddrizzarli e ancora di più da adulti, visto che la carie è la malattia più diffusa al mondo: per molti di noi i denti rappresentano davvero una fonte di ansia. Ma per gli scienziati si sono rivelati un serbatoio di cellule staminali, vale a dire cellule non specializzate che possono trasformarsi in diversi altri tipi di cellule del corpo, utilissime per la ricerca scientifica nel campo delle nuove cure delle malattie del sangue e del sistema immunitario. In molti casi sono alternative a quelle embrionali, il cui uso pone sempre non pochi problemi etici.

Dai topi agli uomini

Un gruppo di ricercatori del Karolinska Institutet di Solna, in Svezia, ha scoperto nei nervi dei denti una nuova fonte di staminali. Lo studio è stato pubblicato sulla prestigiosa rivista Nature Guidati dal biologo Igor Adameyko, gli scienziati, studiando la formazione dei denti nei topi, hanno capito che le cellule staminali adulte, quindi non embrionali, nei tessuti molli dei denti provengono dai nervi. La polpa, che forma la parte vivente al centro del dente, contiene vasi sanguigni, nervi delle gengive e cellule staminali che contribuiscono alla struttura e alla salute del dente. Se questo danneggia le cellule staminali si mettono al lavoro riparando i tessuti. Finora, però non si era riusciti a capire da dove provenissero. I ricercatori hanno identificato un tipo sconosciuto di cellule staminali che appartiene ai nervi del dente. Si tratta di nervi associati all’estrema sensibilità del dente al dolore. I risultati indicano che i nervi periferici, che si trovano praticamente ovunque, potrebbero funzionare come importanti riserve di cellule staminali.

Otturazioni in “gelatina”

Le staminali potranno essere usate anche al posto delle otturazioni nella cura della carie. Ne sono convinti alcuni ricercatori statunitensi del Baylor College of Dentisuy di Dallas e della Rice University di Houston, nel Texas, che stanno lavorando a un gel a base di proteine capace di rimpiazzare la dentina (la sostanza che si trova tra lo smalto esterno del dente e li polpa) e la polpa malate, e di ripristinare la struttura del dente per allungarne la vita. «Le cellule staminali dentali possono essere raccolte, per esempio, da campioni di polpa di denti adulti, ma anche da quelli da latte», afferma Rena D’Souza, professore di scienze biomediche, che sta guidando la ricerca. In laboratorio le staminali sono poi selezionate e “riprogrammate” per calmare l’infiammazione delle radici e della polpa dentale. Un giorno, questa gelatina di staminali sostituirà le otturazioni. «I test clinici sull’uomo stanno per partire e la terapia sarà disponibile entro 4-5 anni», conclude D’Souza.

Autoriparazione

Le carie profonde con pulpite, cioè l’infiammazione della polpa, non sono facili da trattare, ma un gruppo di ricercatori del Centro Nazionale per la Geriatria e Gerontologia di Obu City, in Giappone, sta sperimentando sui cani una nuova tecnica per curarle. Gli scienziati hanno combinato le staminali con un fattore di crescita, cioè una proteina capace di stimolare la moltiplicazione delle cellule e la loro trasformazione in cellule con funzioni specifiche: le staminali hanno ripopolato il dente malato e promosso la crescita di nuovi vasi sanguigni e nervi.

Ricresceranno quelli caduti

Sarebbe il sogno di molti, soprattutto a una certa età: buttare via la dentiera o evitare il ricorso a complessi impianti nell’osso per tornare ad avere una bocca perfetta con tutti i propri denti ricresciuti al posto giusto. La scienza sta lavorando anche a questo. Ricercatori del King’s College di Londra, sotto la guida di Paul Sharp, professore di biologia craniofacciale e biologia delle staminali, sono riu-sciti a trasformare cellule staminali in piccoli denti. Hanno isolato del tessuto gengivale umano da alcuni pazienti e l’hanno combinato in laboratorio con cellule staminali adulte di topo per poi trapiantarlo nei topi. Il risultato: è cresciuto un nuovo dente ibrido provvisto di dentina, smalto e radici vitali. I test sull’uomo cominceranno tra pochi anni.

Che cosa sono le nefropatie?

Nefropatie

Nefropatie: caratteristiche e sintomi

In senso generico con tale termine si indicano tutte le malattie renali. In particolare il termine è riferito a malattie che colpiscono contemporaneamente i due reni, in quanto prodotte da cause che si diffondono per via ematica. E pertanto piú proprio parlare di nefropatie ematogene. Esse sono state distinte in diversi gruppi, secondo numerose e disparate classificazioni. Si ritiene di dovere seguire la classificazione di Volhard nei seguenti tre gruppi fondamentali:

a) nefriti od affezioni di natura infiammatoria a carico dei reni.

b) Nefrosi: nefropatie bilaterali a carattere degenerativo primario dei tubuli renali, senza lesioni infiammatorie glomerulari.

c) Nefrosclerosi, nefropatie bilaterali anatomopatologicamente caratterizzate da sclerosi primaria a carico delle medie piccole arterie del rene. Questi singoli processi morbosi nella loro evoluzione si possono complicare a dare quadri misti di nefrite con impronta nefrosica, o pseudonefrosi, e di nefrite con impronta sclerotica. All’inizio del sec. XX Widal notò come le nefropatie emalogene hanno in comune diversi sintomi riconducibili a quattro gruppi: sintomi urinari; edemi; aumento dell’urea nel sangue; ipertensione arteriosa. Si sottolinea come non esista uno stretto parallelismo tra l’entità di tali sintomi e la gravità del danno anatomico; solo contemporanea presenza dei quattro sintomi è indice di severa, cronica e progressiva lesione renale. I sintomi e le cause. Esaminiamo ora separatamente i diversi sintomi nella loro comparsa e nelle loro cause.

Sintomi urinari: nei nefropazienti le urine sono talora scarse, di colore carico e torbido, altre volte invece sono abbondanti e chiare, nei casi estremi possono totalmente mancare (anuria). L’esame chimico e microscopico delle urine fornisce i dati piú utili: la presenza di albumina depone per sofferenza glomerulare o tubulare, il rilievo nel sedimento, osservato al microscopio, di globuli bianchi, piú o meno alterati, depone per lesioni infiammatorie, mentre il rilievo di globuli rossi depone per congestione o rottura di vasi glomerulari. La comparsa nel sedimento di cilindri di varia natura (granulosi, ialini od ematici) è in genere espressione di severa lesione tubulare.

Edemi: gli edemi, oltre che ad affezioni cardiache, venose od epatiche, in un gran numero di casi sono riconducibili ad affezioni renali. Gli edemi sono sostenuti da abnorme contenuto liquido dei tessuti. 73right dimostrò la relazione intercorrente tra alcuni edemi e le nefropatie; Vidal come l’edema sia dovuto a ritenzione di cloruro di sodio. Gli edemi renali interessano sia la pelle (edemi sottocutanei) sia gli organi profondi (edemi viscerali). In caso di edemi sottocutanei la pelle si presenta gonfia per infiltrazione idrica, di colorito biancastro, molle, improntabile con la pressione di un dito. Gli edemi di genesi venale si localizzano al volto, in particolare alle palpebre, alle caviglie ed al dorso. Gli edemi si accentuano in una regione piuttosto che in un’altra in rapporto alla posizione del paziente: in decubito supino si esagerano al dorso, in posizione eretta alle caviglie. Nei casi estremi l’edema dà al paziente un tipico aspetto con volto pallido a «luna piena», palpebre così tumefatte da ostacolare la vista, tronco ingrossato, gambe gonfie a colonna, scroto e verga esageratamente tumefatti. Nei casi lievi l’edema sarà denunciato soltanto dalla tumefazione alle regioni malleolari. Il liquido edematoso infiltrante sottocutaneo è limpido, incoagulabile, non contiene albumina né cellule né germi, mentre invece è ricco di sali. In caso di edemi viscerali la ritenzione idrica può portare sia a raccolta in cavità sierose (trasudati) sia ad infiltraziuni nel parenchima di diversi organi (edemi). Nel primo caso si avrà idrotorace per trasudato nelle cavità pleuriche, talora di entità tale da collassare il polmone ed ostacolare la funzione respiratoria: ascite per trasudato nella cavità peritoneale; anasarca od idropisia per contemporanea raccolta idrica in tutto il sottocutaneo e nelle cavità sierose del torace e dell’addome. Nel secondo caso si può determinare edema polmonare per trasudazione negli alveoli polmonari in torma missiva a dare drammatico quadro di asfissia; edema della glottide per infiltrazione e tumefazione della mucosa laringea con secondaria stenosi ed asfissia; edema cerebrale per inibizione acquosa dell’encefalo a causare crisi di cefalea, disturbi della vista (amaurosi) e nei casi piú gravi convulsioni. Nelle nefropatie la ritenzione idrica, che è alla base degli edemi. riconosce due cause:

a) ritenzione dei sali: i sali introdotti con gli alimenti ed assorbiti (in media cinque-dieci grammi al di) sono normalmente eliminati con le urine. Nei nefropazienti si ha ritenzione dei sali e cunseguente ritenzione idrica. Pertanto in questi malati si dovranno prescrivere diete senza sale o quanto meno diete in cui il cloruro di sodio è sostituito dal cloruro di potassio. In merito si ricorda che il sodio é responsabile della ritenzione idrica, mentre il cloro non vi svolge alcun ruolo.

b) Diminuzione dei protidi ematici: secondariamente alla perdita di albumina presente in abbondanza nelle urine dei nefropazienti: infatti con la diminuzione dei protidi nel sangue l’acqua non piú trattenuta da queste sostanze, passa nei tessuti. L’alterazione ematica può essere corretta a mezzo di perfusioni con soluzioni ricche in prutidi.

— Aumento dell’urea nel sangue: l’urea, ultimo prodotto del metabolismo dei protidi, nei nefropazienti non è totalmente eliminata con le urine, per cui si accumula nel sangue (iperazotemia). Si ha pertanto la sindrome iperazotemica od uremica.

Ipertensione arteriosa: nelle nefropatie ipertensione arteriosa si presenta in forma piú o menu grave e condiziona numerose e particolari complicazioni, quali: insufficienza cardiaca, turbe neurologiche, disturbi visivi, complicazioni polmonari. La genesi della ipertensione arteriosa nei nefropazienti è complessa: si ritiene che in buona parte sia dovuta ad esagerata secrezione da parte dei reni di una sostanza ipertensiva: la renina. Nella parte introduttiva del paragrafo sulle nefropatie si sono elencati i sintomi comuni alle nefropatie, legati alla ritenzione dei sali, alla perdita di protidi, all’accumulo di urea nel sangue e ad una esagerata secrezione di renina. La premessa, anche se ha costretto ad affrontare argomento complesso, è stata necessaria per inquadrare sul piano eziopatogenetico le diverse nefropatie. Si prendono ora in considerazione le diverse nefropatie ematogene che, in base a quanto detto, sono riconducibili ai seguenti gruppi principali: nefriti, nefrosi e nefrosclerosi, esaminando in seguito le nefropatie da avvelenamenti, le nefropatie da gravidanza e la nefropatia da amiloidosi.

Assistenza e supporto al parto

assistenza e supporto al parto

Assistenza e supporto al parto

Sebbene sia impossibile prevedere come si svolgeranno il travaglio e il parto, ci sono molte tecniche che potete adottare per rendere l’esperienza più positiva. Dovrete solo esercitarvi un po’.  È giunto il momento di decidere dove partorire, che tipo di analgesia prevedere, e chi volete accanto per assistervi durante il travaglio.

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Scegliere dove partorire

Come scegliere dove partorire

Come scegliere dove partorire?

Potreste scegliere di partorire in ospedale, per usufruire delle tecnologie mediche in caso di necessità, oppure potete optare per un luogo più informale, come un ambulatorio ostetrico o persino la vostra casa. Qualunque sia la vostra decisione, è fondamentale che conosciate a fondo tutte le alternative, per capire cosa sia meglio per voi. Ricerche hanno dimostrato che la donna riceve maggiore soddisfazione dal parto se ha un buon rapporto con il personale di assistenza e se viene coinvolta nelle decisioni cruciali. Per questo cominciate da subito a gettare le basi di questo rapporto di fiducia. Scopriamo insieme dove partorire e quando fare alcune scelte.

Il parto in ospedale

Nel nostro paese, la stragrande maggioranza delle nascite avviene in una struttura ospedaliera. Partorire in ospedale implica la possibilità di avere accesso istantaneo a tutte le strutture di emergenza, cosa che vi rassicurerà molto, specie se è il vostro primo parto. In ospedale, i medici sono in grado di affrontare prontamente qualsiasi complicazione e possono somministrarvi l’analgesia parziale, e praticare un taglio cesareo se necessario. Non è invece ancora diffusa da noi, come succede in altri paesi europei, la possibilità di scegliere di partorire, riducendo al minimo l’intervento medico, presso un centro di ostetricia affiliato a una struttura ospedaliera.

Scegliere l’ospedale dove partorire

Molte donne con gravidanza senza complicazioni ricevono gran parte dell’assistenza prenatale presso consultori o ambulatori medici e si recano in ospedale solo per le ecografie, un paio di monitoraggi e infine per il parto. Li scelta della struttura è libera; quindi, prima di decidere, visitate i reparti di maternità degli ospedali più vicini e chiedete consiglio al vostro medico, all’ostetrica o ad amiche che abbiano partorito di recente. Se durante la gravidanza sono sorti dei problemi o se avete già avuto figli, probabilmente avete già un ginecologo o un’ostetrica di fiducia e preferirete avere il bambino nell’ospedale o nel reparto che vi ha seguite in precedenza. In ospedale, solitamente il parto avviene in una sala dedicata all’interno del reparto di ostetricia. Al periodo di travaglio è invece dedicata un’altra stanza, diversa rispetto a quella di degenza in cui trascorrerete i primi giorni dopo il parto.

Le domande da fare

E’ importante raccogliere il maggior numero di informazioni sulla struttura prescelta. Informatevi sul numero di cesarei effettuati e stilla disponibilità di analgesia, e annotate tutti i numeri utili. Se possibile, fate anche un giro del reparto. Ecco alcune domande che potreste fare:

• Potrò alzarmi e camminare durante il travaglio, o sarò costretta a letto?

• Il monitoraggio ferale viene eseguito costantemente o periodicamente?

• Mi romperete le acque a un certo punto del travaglio?

• Posso bere e mangiare durante il travaglio?

• Quante persone posso avere accinto a me durante il travaglio?

• Posso scegliere la posizione per partorire?

• à disponibile la TENS o devo procurarla io?

• Ci sono una piscina per il parto in acqua e ostetriche specializzate in questo tipo di procedura?

• L’epidurale è disponibile in qualsiasi momento?

• Posso scegliere la posizione di parto che preferisco?

• Al parto assisteranno interni o studenti?

• Qual è il tasso di parti cesarei e indotti praticati da questo ospedale? E dagli altri ospedali?

• Quanto si protrarrà la degenza? Quali sono gli orari di visita? Il mio compagno potrà accedere al reparto fuori degli orari di visita?

• Mi aiuterete con l’allattamento?

• Quali servizi sono disponibili per i bambini malati?

• Quali misure di sicurezza prevede l’ospedale ?

• Come identificate i neonati per evitare che venga-no scambiati?

Molti ospedali assegnano delle fasce di identificazione alla mamma e al bambino, e spesso a una terza persona, ad esempio il padre del bambino. Gli operatori ospedalieri devono verificare l’identità del bambino ogni volta che entra o esce dalla stanza della madre o dal nido.

La dimissione precoce

Presso alcune strutture ospedaliere, dopo aver valutato le condizioni fisiologiche di salute della mamma e del bambino, è possibile optare per la dimissione precoce. Mamma e figlio possono ritornare a casa entro 36-48 ore dal parto ed essere assistiti a domicilio dall’ostetrica e da un neonatologo. Si tratta di un’opportunità di accudire il bambino in casa; rispettando i ritmi dell’alimentazione e del sonno, con una continuità assistenziale fornita dal personale qualificato dei reparti ospedalieri di Ostetricia e Pediatria.

Il parto in casa

Considerato tutto, potreste preferire partorire in un ambiente intimo, circondata dal vostro compagno e da altri familiari. Alcune donne preferiscono il parto in casa perché vogliono limitare al massimo le possibilità di intervento medico. Sebbene legalmente abbiate il diritto di partorire in casa, la menu di personale ostetrico in alcune zone può rendere la scelta difficoltosa o inattuabile. Se quindi avete deciso per questa soluzione, consultate il medico, perché è responsabile dell’organizzazione dell’assistenza al parto. Alcuni medici non sostengono questa opzione perché pensano che l’ospedale sia più sicuro per madre e bambino, ma numerose ricerche hanno dimostrato che il parto a domicilio è sicuro nei casi di gravidanza a basso rischio, se l’assistenza è adeguata. Se il vostro medico non acconsente ad assistervi nonostante la vostra gravidanza sia normale, contattate un’ostetrica dell’ospedale locale, o di un’associazione della comunità, che potrebbe occuparsi della predisposizione del parto. In molti casi, le ostetriche sono più propen-se ad assecondare i desideri della partoriente e faranno di tutto per assicurarvi adeguata assistenza a domicilio.

Le ansie del parto

Ansie del parto

Prima o poi nel corso della gravidanza, sentirete il peso dell’ineluttabilità del parto e sorgeranno le prime ansie del parto.
Eccitazione, paura, impazienza, incertezza e perplessità sul fatto stesso di riconoscere l’inizio del travaglio sono tutte emozioni che vi riempiranno la mente nell’ultimo trimestre, a mano a mano che si avvicina il grande momento. La nascita di un bambino è sempre un viaggio verso l’ignoto, specialmente se siete alla prima espe-rienza di parto. Comunque, anche se avete già altri figli, ogni parto presenta un elemento di imprevedibilità. Qualsiasi donna vive un insieme di sensazioni diverse quando si avvicina il momento del parto, ma alcune riescono ad affrontare la sfida con maggiore fiducia. Questo senso di ottimismo può dipendere da diversi fattori: • Dall’esperienza nell’affrontare avvenimenti particolarmente stressanti.

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